//Il Sangiovese di Romagna, il “sangue” rosso della gente romagnola

Il Sangiovese di Romagna, il “sangue” rosso della gente romagnola

Una storia che si tramanda di generazione in generazione da chissà quanti secoli, dice che un monaco, scendendo lungo la polverosa via Emilia da Milano per raggiungere il mare Adriatico dal quale poi partire per la Terra Santa, si fermasse ogni tanto a chiedere da bere nelle povere case dei contadini lungo la strada. Nessuno si tirava indietro davanti al sant’uomo; tutti gli offrivano una ciotola piena d’acqua per dissetarsi. Fintanto che giunse ad un ruscello e, oltrepassatolo, si fermò nuovamente a chiedere ospitalità per la notte ed un po’ d’acqua da bere. Il contadino, anziché l’acqua, gli portò una tazza piena di vino rosso e divise il suo magro pasto con lui, al chè il monaco se ne uscì con una frase: “Ho capito, disse, finché mi hanno dato acqua, ero in Emilia, adesso che mi date del buon vino, sono finalmente giunto in Romagna”.

Il vino offerto a quel monaco era Sangiovese, la bevanda identitaria per eccellenza del territorio romagnolo e della sua gente generosa e instancabile, vino ma anche uno dei più importanti vitigni italiani che in questa terra trova la sua collocazione perfetta ma che, per la sua duttilità, viene coltivato quasi ovunque in Italia, entrando negli uvaggi di centinaia di vini, alcuni molto pregiati, come il Brunello di Montalcino, il Nobile di Montepulciano, il Chianti, il Morellino di Scansano, altri meno noti. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi ma furono gli Etruschi che ne introdussero la coltivazione all’interno delle loro terre, in Toscana, Umbria e Romagna, dove i terreni si mostrarono particolarmente adatti. Anche sul nome vi sono interpretazioni diverse: da Sanguis Jovis, sangue di Giove, attribuitogli da un monaco cappuccino del convento di Sant’Arcangelo di Romagna, nei pressi del monte Giove, al termine Sangiogheto e Sangioveto di cui parla il  gentiluomo cinquecentesco Gainvettorio Soderini nel suo trattato “La coltivazione delle viti”. Altre fonti sostengono che derivi da “sangiovannese” in quanto originario di San Giovanni Valdarno ed altri ancora come derivazione dell’«uva giovannina» che germoglia precocemente a fino giugno, nel periodo della festa di San Giovanni Battista. Al di là dell’origine del nome, comunque, in generale si parla di Sangiovese, ma in realtà questo termine definisce un gran numero di varietà nelle quali si è differenziato nel corso dei secoli e nei diversi territori, spingendosi anche nel sud dell’Italia.

Si tratta di un vino molto equilibrato e strutturato, con profumi raffinati, floreali e caratteristiche organolettiche che lo rendono ben riconoscibile, al palato grazie al suo bouquet di violetta, ciliegia, rosa, amarena, mora, prugna, a seconda dei terreni di coltivazione delle viti; non mancano nei più corposi i sentori del legno, come sandalo, tabacco, caffè, oltre che tartufo, funghi, muschio e sottobosco. È un vino corposo, rotondo, con una buona quantità di tannino, adattissimo all’invecchiamento se affinato in botti grandi che ne smussano gli angoli, dal colore rubino fino ai quattro-cinque anni che successivamente tende al granato. Come per tutti i vini “robusti”, il Sangiovese va servito a temperatura ambiente, per esaltarne le note floreali e la terra, avendo l’accortezza di stappare la bottiglia almeno un paio d’ore prima per farla “respirare”. Quelli più giovani è consigliabile trasferirli dalla bottiglia nel decanter prima di servirli, per una bella boccata di ossigeno che darà loro più equilibrio.

Tra i tanti Sangiovese che i milioni di turisti della riviera romagnola hanno imparato ad apprezzare una nota particolare va alla Dop Colli di Rimini, prodotto nel territorio che si estende nella zona di confine tra la parte più meridionale della Pianura Padana e la parte più propriamente peninsulare dell’Italia, un territorio definito ad oriente dal mare Adriatico e a sud-ovest dai contrafforti appenninici del Montefeltro e dalle colline caratterizzate da un insieme paesaggistico meraviglioso e dove i terreni più o meno argillosi e calcarei sono generalmente molto favorevoli alla coltivazione della vite. Tra i vini DOP nelle colline riminesi c’è un grande rispetto per la tradizione vinicola di famiglia tant’è che molte cantine sono solite dedicare il loro Sangiovese Superiore (ossia il loro rosso più pregiato) al proprio “capostipite”, seguendo una sorta di regola non scritta: così è ad esempio per l’Angelico del Podere dell’Angelo che produce vino autoctono fin dal 1920 anno in cui nonno Angelo acquistò il podere. Lo stesso vale per il Pompeo della cantina Case Marcosanti che prende il nome dal bisnonno, o per il Benedictusvino biologico dedicato a Benito Piva, oste dalla passione smisurata per la propria terra e fondatore dell’Azienda Agricola Fiammetta.

E in cucina? trattandosi di un vino intenso e secco, corposo, tannico, è particolarmente indicato per accompagnare la cucina romagnola, ricca di sapori forti. Primi con ragù di carne o di cacciagione, secondi a base di carne alla griglia, arrosti, cacciagione, ma anche la battilarda di saporiti salumi e formaggi stagionati son il compendio ideale da accompagnare con una buona bottiglia di Sangiovese di Romagna.